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19 Novembre 2014 - Nome di battaglia: Avvocato

Nome di battaglia: Avvocato

Roma 19/11/2014. Avvocati, ma anche giovanissimi dottori in legge che, nel periodo fascista, decisero di opporsi alla dittatura e/o che dopo l’8 settembre scelsero senza dubbi la via della libertà, anche combattendo nelle fila partigiane.
A queste valorose figure il Consiglio Nazionale Forense, per il tramite della Commissione Storia dell’Avvocatura, dedica un progetto di ricerca storiografica.

Esso si avvale di noti storici componenti della Commissione CNF e con il supporto dell’Ufficio Studi, e coinvolge l’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia (ANPI), gli organismi collegati e gli Istituti per la storia della Resistenza.
L’avvio del progetto, destinato a “scoprire” un nuovo tassello della Resistenza in Italia, è stato dato oggi con un seminario dedicato a “Avvocati nella Resistenza: figure, esperienze, testimonianze”, al quale hanno partecipato, tra gli altri, Carlo Smuraglia (Presidente Anpi), il figlio di Raimondo Ricci, Emilio Nicola Ricci, il collega di Massimo Ottolenghi, Alessandro Re, Silvia Calamandrei, Fernanda Contri. E gli storici Antonella Meniconi, Gian Savino Pene Vidari, Vito Piergiovanni,

“Il Consiglio Nazionale Forense, per il tramite della commissione Storia dell’Avvocatura ha in progetto di far emergere le figure appartenenti alla categoria forense che –forti nella loro professione e in comunanza di ideali di libertà con la Resistenza- hanno potuto dare un contributo prezioso alla lotta alla dittatura fascista, alla lotta di Liberazione, all’affermazione del pensiero democratico. Questi approfondimenti sono condotti con uno sguardo al futuro, per rappresentare con vividi esempi ai giovani che vogliono svolgere la professione, quanti importanti frutti ha saputo dare al Paese l’Avvocatura”, ha detto aprendo i lavori il presidente Guido Alpa.
Il consigliere Stefano Borsacchi, coordinatore della commissione Storia dell’Avvocatura, ha ricordato quante pagine di questi protagonisti della storia riportano quelle “parole che oggi vengono contestate alla categoria: dignità, libertà, decoro”

Dalle prime risultanze tratte dalle schede biografiche pubblicate sul sito ANPI e dai primi documenti raccolti dalla commissione Storia dell’Avvocatura e dell’Ufficio Studi, emerge che il rapporto tra Avvocatura e Resistenza fu spesso intenso e ideale, per il quale gli avvocati non hanno risparmiato, in molti casi, la loro stessa vita (furono 8 gli avvocati e due i giovani laureati coloro che persero la vita nell’eccidio delle Fosse Ardeatine; tra questi Placido Martini)
Alcuni di loro hanno lasciato testimonianze di fede nei valori di libertà e testamenti spirituali commoventi.
Altri avvocati hanno utilizzato gli stessi studi legali come “basi” clandestine per organizzare la resistenza (Enrico Bocci e la sua Radio Co.Ra per i collegamenti con gli Alleati) ; altri si sono distinti come valorosi combattenti, anche guidando le bande partigiane, con la forza dell’ideale della Patria e della democrazia a sorreggerli (Duccio Galimberti, Mario Jacchia). Molti, nella loro professione, si erano già distinti per aver abbracciato le cause “dei più deboli”, di contadini, operai, di antifascisti durante la dittatura mussoliniana (Domenico Marzi, Vittorio Luzzati).
Quasi tutti sotto controllo, pedinati, mandati al confino, radiati dall’albo forense, durante il ventennio. E poi perseguitati, torturati, chi internato, chi trucidato.
Altri sono sopravvissuti e con la forza delle loro idee hanno contribuito a scrivere la Costituzione; alcuni sono stati costituenti (Luigi Bennani, Antonio Greppi, Titolo Nobili Oro, Riccardo Ravagnan, Ferdinando Tambroni).

I nomi sono tantissimi, difficile farli tutti; dalle prime analisi sono oltre 200 gli avvocati che si distinsero per il loro ruolo nella Resistenza; ed accanto ad essi tanti altri, piccoli-grandi “eroi borghesi” che durante il fascismo riuscirono a professare la fede nei principi di libertà e di democrazia.
“La ricerca avviata dal CNF avrà il pregio di indagare la specificità dell’apporto che gli avvocati dettero alla Resistenza sotto diversi profili. Per esempio nelle Repubbliche partigiane. In quella dell’Ossola fu studiata una riforma fiscale, circostanza che lascia immaginare l’apporto specifico di giuristi”, ha detto Carlo Smuraglia. “ Il seme della libertà e della democrazia già germogliava in tanti di questi professionisti anche durante il fascismo. Altrimenti non si spiega come mai, subito dopo l’8 settembre, i gruppi partigiani si organizzarono immediatamente. E che subito dopo la guerra di Liberazione, si ragionò della costruzione di un nuovo Stato fondato sui principi democratici”. “Ai giovani avvocati”, ha concluso Smuraglia,” bisogna spiegare che l’Avvocatura significa anche libertà”.
La storica Antonella Meniconi ha aperto una parentesi sul Comitato di agitazione forense che fin dal febbraio 1943 si costituì a Roma, in uno studio legale di un avvocato il cui nome non si riesce a rintracciare.
Fernanda Contri ha portato una vivissima testimonianza personale: il ricordo del suocero Dante Bruzzone, che nascose Sandro Pertini, e del marito Giorgio, processato e poi assolto per aver ascoltato Radio Londra ( e poi partigiano nella 107° brigata Garibaldi).
Emilio Nicola Ricci ha ricordato il padre Raimondo, che subì la prigionia a Mauthasen scrivendo pagine importanti sulla “difesa della dignità”. Alessandro Re, che sta raccogliendo testimonianze e ricordi di Massimo Ottolenghi, ha detto che “occorre riprendere la memoria storica dell’Avvocatura”. Mario Renosi, direttore scientifico dell’Istituto storico della Resistenza di Asti, ha indicato tra le linee di indagine quella del ruolo degli avvocati, antifascisti, nelle Corti straordinarie d’assise nei processi contro i fascisti. “Fu ribaltata la situazione tipica della dittatura: fu riabilitata la garanzia della difesa”.
Giulio Conticelli, vicepresidente dell’Istituto storico della Resistenza in Toscana, ha evidenziato il ruolo tra Resistenza e Costituzione, “un progetto- quest’ultimo- forse nato da una intuizione maturata nelle carceri delle SS”, ha detto raccontando di Adone Zoli, che si impegnò “dal febbraio del ’44 nell’ente comunale di assistenza per sopperire a quei diritti fondamentali (la salute, il vitto, l’abitazione) che poi furono consacrati nella Costituzione”.
Silvia Calamandrei ha ricordato e citato tanti scritti di Piero, il nonno, dedicati alla riflessione sul ruolo degli avvocati nell’antifascismo, ma soprattutto “l’inno più bello all’avvocato resistente, comandante partigiano di Giustizia e Libertà, Dante Livio Bianco (…):Tornato alla sua professione di avvocato, Livio continuò ad essere, senza soluzione di continuità, l’uomo della Resistenza. Anche il votarsi con probità assoluta al proprio lavoro, e il sentirlo in ogni istante come un dovere di dedizione civica verso la società in cui si vive, è una forma (e forse la più fruttuosa) di lealtà e partecipazione politica”. Altro materiale è disponibile per i colleghi che volessero approfondire.

Claudia Morelli
Responsabile Comunicazione e rapporti con i Media
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