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Equo compenso: sono certo che la buona politica lo varerà

Equo compenso: sono certo che la buona politica lo varerà

Penso sia tempo che la Politica, Governo e Parlamento, diano piena attuazione all’art. 36 della Carta fondamentale che prevede che al lavoratore, anche autonomo, debba essere sempre riconosciuta una retribuzione proporzionata al lavoro svolto ( ed alla qualità dello stesso). Ad oggi non è affatto così, con la tangibile lesione del canone del decoro della professione. Equo compenso: sono certo che la buona politica lo varerà

Aquanto sopra la giurisprudenza vi è ormai stabilmente arrivata, evidentemente, e fortunatamente, non influenzata da quelle idee mercatiste della professione coltivate nel solo interesse dei poteri economici dominanti.

In particolare la Corte Suprema di Cassazione, in più pronunce anche recenti, ha statuito che il potere discrezionale riconosciuto al giudice nella determinazione del compenso all’avvocato “non può condurre ad una liquidazione che, pur nel rispetto delle indicazioni decreto ministeriale sui parametri., remuneri l’opera del difensore, al netto delle spese vive, con una somma che in termini assoluti risulti praticamente simbolico, e, come tale non consona al decoro professionale che l’art. 2233, comma 2 c. c., pure impone di considerate” ( Cass. Civ., Sez. VI, 22.12.2015, n. 25804, in senso conforme: Cass. Civ. Sez. VI, ordinanza del 30.11.2016, n. 24492).

A medesime conclusioni è pervenuta il Giudice amministrativo che in un recentissimo approdo interpretativo ha avuto a confermare il principio secondo cui “in ogni caso la misura del compenso deve essere adeguata all’importanza dell’opera e al decoro della professione”, principio “già insito nell’ordinamento e previsto nell’art. 2233 c. c., che espressamente si occupa del contratto d’opera intellettuale, precisando che tale norma, contenuta nel codice civile, si indirizza, infatti, al singolo professionista, disciplinando i suoi rapporti con il cliente nell’ambito del singolo rapporto contrattuale” ( Consiglio di Stato, sentenza del 06.02.2017, n. 334).

A ciò si aggiungano le innumerevoli pronunce del Consiglio di Stato dalle quali emerge evidente l’affermazione del principio dell’equo compenso che trova fondamento, tra le altre disposizioni a parere del Giudice amministrativo, nella previsione di cui all’art. 2 del D. M. 55 del 2014 e in quella di cui all’art. 2233 c. c. ( cfr. di recente, Consiglio di Stato, sentenza del 19.04.2017, n. 249).

Presso la Presidenza del Consiglio, in attesa di essere calendarizzato in Consiglio dei ministri, è giacente da tempo il disegno di legge del ministro Orlando, sul quale ebbe modo di esprimersi favorevolmente anche l’allora presidente del consiglio Matteo Renzi, regolante i rapporti tra avvocati, banche, assicurazioni e altri soggetti “forti”. In parlamento sono stati presentati altri disegni di legge sempre aventi ad oggetto il tema dell’equo compenso, così come regolato dall’articolo 2233 c. c. codice civile, Non vi è dunque alcun motivo per ritardare oltre, anche di poco, l’iter di questi disegni di legge, se vi è la volontà da parte della Politica di riconoscere il rispetto dovuto al ruolo dell’avvocatura.

Non ho dubbi che così sarà ad opera della buona politica e dei buoni politici.

Il Presidente del Consiglio Nazionale Forense

Andrea Mascherin

Editoriale pubblicato su Il Dubbio del 30 giugno 2017